mercoledì 12 giugno 2013

QSB


Q.S.B.!
Me lo dicono: qsb!
Mi infervoro mi parlo addosso,
parlo di inverni anni 80 in cui c'era la guerra fredda tra Usa e Urss, ma più specificamente tra Duran Duran e Spandau Ballet, Simon Le Bon era più figo ma Tony Hadley cantava meglio.
Quando si telefonava dalla cabine giallosip con i gettoni bronzati, quando si sperava di prendere almeno 27 all'esame e invece non si superava neanche quello di disegno per poter fare il rinvio del militare, quando le mamme perdevano tutta la domenica mattina per preparare il ripieno prezzemoloide delle braciole, quando avevi voglia di tenerezze e coccole da una ragazza e invece ti capitava sempre la zatterona di turno con due metri di diametro, quando si rientrava per guardare i video di Mister Fantasy alla tivvù, quando freschi di patente si correva a 180 nella notte sulla tangenziale, quando si mangiavano i panini da Faustino e le birre dal Calabrese, quando ci si dava appuntamento con la tipa a un certo posto a una certa ora e lei ti bucava e senza telefonini col cazzo che si riaggiustava la serata, quando le canne erano un diritto e non un dovere, quando con 5000 lire ci si ubriacava e si risolveva una serata.

QSB!, mi dicono: quant sì bell quando ti racconti...

lunedì 10 giugno 2013

Prof Rosa Shocking

Pensieri come nubi tossiche. Meglio starsene dentro un sogno colorato, il cuore a tracolla e fuoco sulla donna che ti annebbia la testa. La vita dovrebbe permettere libero sfogo alla personalità dell’individuo, dovrebbe essere vita e basta, non un corso assurdo di sopravvivenza.
Imbocco il corridoio e infilo una mano nella tasca della giacca. Ne estraggo il ciddì originale N.4, ancora incellofanato e puzzoso di plastica. Lo scandaglio in maniera casual, gongolando come un bimbo col suo giocattolino nuovo. Arrivo a destinazione quasi ansimante linguapenzoloni, Vilcoyote all’inseguimento di Bi-Bip.
Attendo, senza fretta, sorriso ebete.
Sfodero un’occhiata interrogativa nel circondario. Smassaggio due sanguinovirulente asciate sul viso, radabarbetta rasa da poco. Il silenzio del corridoio sottolinea la mia ansia. Una catena di emozioni che non sono vere e proprie emozioni, ma piccoli blocchi di emotività create dal fattore sorpresa. Non te l’aspetti da te stesso una cosa così: per scardinare la routine basta un niente, anche se poi lo stesso tot di niente è sufficiente a ripristinarla taleqquale.
Mi accorgo di lei che, libri sotto il braccio, esce proprio in quell’istante dall’aula. Sorpresa, mi inquadra mettendomi lentamente a fuoco con le sue doppie lenti su montatura rosa shocking.
- Buongiorno prof… Volevo solo darle… questo…
Lei abbassa sulla punta del naso gli occhiali, guarda più da vicino il ciddì originale N.4 che barcolla sul palmo della mia mano aperta.
- Studia Isidoro, domani c'è compito in classe…
Non reggo a lungo l’impatto di quel suo sguardo nero profondo e requisitorio. Una scarica acida di succhi gastrici dallo stomaco mi salgono in gola, pietrificandomi in una difficoltosa deglutizione. Sparo lo sguardo più basso che posso, cercando di celare un certo imbarazzo.
La prof si risistema gli occhiali rosa shocking e con un repentino dietrofront si dilegua.

Notte Spataffiata


Il Centro Storico è un’implosione di giallonotturne luci e puzza di sacchetti di monnezza abbandonati fuori dai cassonetti. Lo spettro del Passato gironzola nell’aria a cavallo di un vento implacabile che spazzola la criniera d’uno squallorabitato. Le case fatiscenti giocano a nascondino con le petopalazzine di cemento, le disastrate chiese del Seicento litigano come comari con le insegne neonluminose rossocolorate poste sulle opacosbiadite facciate. Ma una certa magia resiste con coraggio a questo degrado, perchè la magia un Centro Storico ce l’ha dentro.
Il Pataffio, la statua del vicerè col dito puntuto, sembra indicare con arroganza agli stravolti della notte di mantenere le distanze. Due vistosi ciuffi di gramigna sbucano dalle orecchie di pietra, look post-punk a ciocche verdecolorate. Le luci smorzate dei lampioni sproporzionano un po’ le petopalazzine, rendendole paonazze come malate di smoglebbra. Le auto parcheggiate in ogni buco/pertuso fanno un’orgia peccaminosa con l’asfalto, buttato a tocchi irregolari sugli antichi sanpietrini.
Scardina dall’autoradio dell'Alfarossa il ciddì dei Doors e ne interrompo il riff pungente.
- Ti stai ficcando in un guaio – dice Giancarlo - lo sai che la tipa è sposata con un mezzo squilibrato che se ti becca ti a un culo a tarallo?
Edoardo ascolta con attenzione senza farsi infinocchiare: a lui quel mio modo di fare drammatico/autolesionista gli sta tremendamente sui coglioni. Fa un passo all’indietro lanciando uno sguardo distratto verso Giancarlo, che intanto se ne sta sotto il Pataffio con un paio di occhirospo eccessivi.
- No che non ha capito – dice calmo Edoardo - La tipa è la moglie di Tonino Sbatacchio, anni di galera collezionati con merito…
Io sussulto e tossisco forte. Socchiudo gli occhi su questo freddo che invade le ossa e picchia di santa ragione.
- Vabbè – dico - Mi state dicendo che, pur trattandosi di amore, dovrei mandare tutto a puttane?
- Non ha capito un cazzo, quindi - conclude Giancarlo, spataffiato.
- Ti stiamo dicendo - ghigna Edoardo - che pur trattandosi di amore, quella E' una puttana...

martedì 28 maggio 2013

Sono Felice



Sono Felice, di nome e di fatto, e lo sono perché, come pochi non ho nulla da dire. Non so da dove cominciare e neanche se c'è qualcosa da cominciare.
Ma sono Felice, piacere mio.
Sono felice perché non ho animali in casa, ma ho una love story che è peggio di un dobermann. Sono felice di essere Felice, la vita mi viene come viene, e un po' mi viene anche in culo. Non so che cosa fare oggi, né cosa fare domani: ma non mi cruccio, perché sono Felice.
Sono felice di non perdere la testa, sono felice quando non ragiono e quando non ho uno scopo. Quando non scopo sono Felice. Sono felice di essere uomo, ma vorrei essere donna perché a essere donne si è più felici: a essere donna non puoi essere Felice.
Sono felice da sobrio, ma poi mi sbronzo e vomito e torno Felice. Uso sonniferi, dormo e sono felice, ma quando dorme la mia vita torno Felice. Sono felice del vento e di ciò che non divento, no bado al sesso e il sesso non bada a me.
Sono felice se lei è con me, ma quando lei è con un altro sono Felice. Felice non stira camicie, ha l'anima pulita e non deve chiedere scusa a nessuno: solo a se stesso. Sono felice di non aver nulla da farmi perdonare, ma quando il sospetto mi coglie devo scaricarmi: metto tuta e scarpette e vado a fare footing di notte...
a Parco San Felice.

domenica 26 maggio 2013

Un Euro Francese



Non c’è un verso, in questa questa sera senza direzioni. 
Lei ha voluto una vita tutta sua, lontano da me e dalla parodia di me stesso. Non si è disperata più di tanto, ha scritto questo epilogo senza consultarmi: essì che, modestamente, anch'io potevo mettere mano a questa nostra sceneggiata.
Be' lei non c’è più, né qui né altrove.
Puff!, sparita all’improvviso, nessun messaggio per comunicare l'anticipata dipartita. Ha scelto di andare via da me, lasciandomi la scritta in faccia "troppo tardi". Avrei pagato anche un euro per i suoi pensieri, glielo dissi fin dalla prima volta: eravamo ai Tre Archi, un euro per i tuoi pensieri. Ma era sempre sul punto di restituirmelo, il mio euro di conio francese, incapace di rivelare ciò che provava veramente. Un euro e l'avrei fatta entrare nella mia vita, un costo non proprio esoso, secondo me.
Esco dall’auto, colletto della camicia lilla stretto come un cappio. Mi sento come una torta a strati, dolce piacere dell’autolesionismo. Masochizzo questa sera e mi compiaccio di questo fesso epilogo. Questa ultima disfatta sentimentale mi tempera completamente la faccia e mi stira le rughe. Inciampo in una buca nella strada e in un buco di paranoiche illazioni, mi faccio dei flash senza sapore nella testa. Suonivoci che ruotano a velocità supersonica in una vertigine fraudolenta.
Arrivo in piazza e mi vedo: eccomi di nuovo da solo, seduto al tavolino del bar.

sabato 11 maggio 2013

Sono Incinto di Vivere


Sono incinto della paura di vivere la vita così come la vivo. Dice che bisogna saper aspettare, e non saranno nove mesi. E poi ancora aspettare, senza fumare, senza stare fumato, senza cercare di evitare di pensare. Che la vita sia un po' stronza lo sapevo già, ma accorgersene ogni volta non mi va.
E ancora gli stessi sogni ripetitivi, stringersi le mani con le mani. Lo stesso identico giorno davanti ai coglioni, che ti porti davanti, proprio come i coglioni, appeso e nascosto. Faccio fatica a crederci in questo giorno coglione, faccio fatica a credermi, sono anche un po' coglione. Non c'è voglia, non c'è neanche voglia di averne voglia. E poi corri nella notte, chiudi gli occhi e pensi che così non ti sei mai voluto: e neanche evoluto.
Ti sembra che ci siano pochi modi per volare, pochi modi per potersi sfogare, pochi lubrificanti per non svalvolare. Uno potrebbe essere suonare rock a tutto volume, ma sei solo e viene fuori sclerotico. La noia brucia ogni giorno, ti fotte ogni istante mancante. E non c'è follia dentro me, finché mi dimentico di me.
Non ti basta una notte, non hai tempo da riempire. C'è una mano che mi prende e mi sbatte forte: poi ti fumi e ti sembra di andartene via.
Ti rincorri mentre scappi, un po' come evadere in silenzio. Questo rock è diventato epilettico, maneggio la chitarra come fosse un po' troia. Brucio volti nel mio volto, e voci senza senso che mi allontanano da me...

(dedicato a quel dinomimmo brufoloso che lo scrisse nel giugno 1985)

domenica 5 maggio 2013

Marina Marina Marina


Era un ieri, ed era notte.
Ho appena parcheggiato in zona cattedrale, dopo 16 giri dell'isolato per trovare parking. Sono solo, in una dimensione mentale da sentirsi solo. Ho voglia di mandare un sms a lei, sì proprio a lei. Elaboro un messaggio di contatto, pieno di desiderio e consapevolezza di ricevere alcuna risposta. Pigio sul tastino letterina invio: fatto.
Mi avvio a piedi verso l'isola pedonale, fantasticando su ipotetiche risposte anche solo tramite sms. Schiaccio una merda di cani, questa è fortuna
Dopo neanche cinque minuti dall'invio sms mi squilla il telefono, " Vuoi vedere che...?". Apro il contatto senza verificare se la rubrica mi segnala chi è lo squillante, vuoi vedere che....?. E' una voce di donna, ma ci sono interferenze, il segnale non è chiaro ed è distante.
- Pronto?
- Tesoro mio!!! (Tesoro mio????)
- Pronto, chi... sei????
- Oh, ma non... mi rico...nosci? (Mah, la voce potrebbe...)
- Non sento bene... pronto, ma chi sei?
- Sono la... tua donna... preferi...ta! (Ma...possibile che... oddio, possibile???)
- Daì, non scherzare, ti sento distante...Dove stai?
- A pochi passi dall...a cattedra...le... Mi... raggiu...ngi? (E' qui vicino, oddio! Non ci posso...).
- Oh, ma sei...Marina????? (Non avevo il coraggio di chiedere, non riesco a...)
- Sììì, sono... Mari... la tua....! Vieni ci prendia...mo una birra... (Cose da pazzi...e io che volevo neanche mandarle l'sms...)
- Stai sola? (la speranza si dilata, spero che non stia con degli amici,così magari...)
- No... (cazzo!)... C'è anche... mio mari...to... (Marito?????)
- Ti sento sempre meno, oh, ma.... Marina...? Ma...
Scoppia a ridere, una risata inconfondibile di chi non ti chiama mai ma quando ti chiama ti prende in contropiede.
- Oooh , che Mari...na! Sono Mari..sa!!!
- Marisaaaa!!! L'avevo capito subito!!!
Ma vaffanculo Marisa, vaffanculo...